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Trekking : VALLE FIUME ARGENTINO - ORSOMARSO

Partenza dal Centro Rafting Explorer Lao,
in C/da Molina n° 29 Orsomarso (CS)

PERCORSO: Valle del Fiume Argentino Parco Nazionale del Pollino più visita ad Orsomarso
Difficoltà:
Facile
Durata:
Intera Giornata
Abbigliamento:
da portare scarpe da ginnastica o da trekking leggere, pantaloni e maglietta, macchina fotografica
Orari e Partenze:
partenza ore 10.00 rientro ore 18.00

È possibile effettuare su richiesta percorsi più impegnativi.
Per info: info@raftingexplorerlao.it

Valle Fiume Argentino

Riserva Naturale Orientata "Valle del Fiume Argentino" istituita con D.M. 425 del 21/7/87. È ubicata lungo la valle omonima. I 3.980 ha del suo territorio comprendono tutta la parte alta del bacino del fiume Argentino, dalle sorgenti fino a ca. 1 km a monte dell'abitato di Orsomarso. La valle, profondamente incisa, ha un andamento est-ovest, con quote che variano dai 1631 m. del monte Palanuda ai 150 m. del fondovalle. Si tratta di una delle aree più affascinanti del sud Italia. La natura selvaggia domina incontrastata con boschi ricchissimi di una vegetazione tra le più varie, dove spicca il pino loricato, ed una fauna che ospita gli ultimi esemplari di capriolo autoctono. Il soprassuolo vegetale è costituito da un'eccezionale varietà di tipologie. Bosco ceduo, alto fusto, alta e bassa macchia mediterranea si alternano senza soluzioni di continuità su tutto il territorio, con centinaia di essenze diverse che rappresentano un po' tutta la flora arborea ed arbustiva delle varie regioni mediterranee. A partire dal pino loricato, che vegeta lungo i confini nord-orientali, si possono trovare: il faggio e l'abete bianco, che scendono fino ai 200 metri di quota nelle innumerevoli vallette che interessano l'orografia della riserva; frassino maggiore e minore; cerro; acero montano e opalo; carpino bianco; ontano napoletano e nero; nocciolo; noce; ciliegio selvatico; castagno; leccio; maggiociondolo; farinaccio e numerosi salici, distribuiti ovunque nella valle dell'Argentino. E ancora: le ginestre, di Spagna e dei carbonai, il ginestrone, l'erica arborea e scoparia, il corbezzolo, il mirto, il sambuco, il lentisco, la fillirea, il ginepro comune ecc. Grazie a questa mescolanza ed ai vari habitat che si vengono a creare, anche la fauna che popola la riserva è ricca e varia. La presenza di gran lungo più importante è quella del capriolo autoctono. Gli ultimi esemplari di questa specie, indigena delle montagne appenniniche calabresi, vivono in un comprensorio molto limitato di cui la valle dell'Argentino è il cuore. La sua presenza è attualmente stimata in alcune decine di capi. Sono inoltre presenti cinghiali, volpi, lepri, faine, martore, donnole, ricci, scoiattoli neri, numerose specie avicole con importanti colonie di rapaci diurni e notturni.
La riserva è gestita dal Corpo Forestale dello Stato.
• Laghetto di Tavolara.
• Sorgenti: Canale Tufo, Suglie Maretto, Ceraseo, Quagliarone.
• Cascata Ficara.
• Pietra Campanara, un parallelepipedo di roccia alle pendici del Palanuda.
• Punti Panoramici: Torre Orologio, Grotta Madonna di Lourdes, Calvario

Orsomarso
Le origini di Orsomarso sono molto antiche, probabilmente risalgono a epoca romanica, non come nucleo abitativo, ma come fortezza militare posta a difesa di insediamenti romanici ubicati lungo la valle del fiume Lao. Come per i ritrovamenti effettuati nella grotta del Romito, nei pressi di Papasidero, non è improbabile che anche ad Orsomarso abitassero gruppi sparsi di uomini preistorici. La valle del Lao è stata attraversata da Ausoni, mercanti e navigatori Achei, Etruschi e Greci e non è da escludersi che tali passaggi abbiano interessato anche la parte interna e quindi la zona di Orsomarso. Nel 389 in località Piano dei Morti si svolse una dura battaglia con la sconfitta dei Turini ad opera dei Sibaritici. L'impronta romanica sembra averla la colonna mozza posta dietro la chiesa del SS. Salvatore, quale basamento sacrificale. Altro reperto è invece, la colonna tortile che si trova all'entrata della porta posteriore della stessa chiesa e nel portale romanico di base e nei disegni bizantini scolpiti sopra la colonna. Notizie certe di Orsomarso si hanno però dopo l'anno 1000. Centro romanico di notevole importanza per gli scambi commerciali prima e per il monachesimo basiliano poi, era la zona di Mercure. Il nome deriva dal dio Mercurio, in seguito con l'avvento dei Monaci Basiliani, si trasformò in "Mercurion". Questa zona è stata visitata da Santi importanti quali S. Nilo, S. Leone Luca, S. Saba, S. Primo, S. Fantino il Giovane, S. Macario, nel corso del X secolo, durante le incursioni saracene nell'interno, precisamente alla confluenza dei fiumi "Argentino" e "Porta La Terra", durante le lotte fra Gotici e Bizantini per la difesa delle abbazie di Monaci Basiliani, sorse una fortezza: uno dei suoi comandanti fu Ursus Martius (Orso Marso) da cui derivò il nome del borgo che sorse intorno alla stessa fortezza. L'abitato si è sviluppato non in modo graduale, ma a piccoli nuclei intorno a monasteri o palazzi. Nel Medioevo e nei secoli successivi, in seguito al recupero culturale del Monachesimo Bizantino, la terra di Orsomarso ebbe alterne vicende. Sequestrata a Barnaba Sanseverino, conte di Lauria, nel 1498, fu venduta da Federico II a Perrotto Bisach che lo donò in dote alla figlia Barbara. Nel 1538 Barbara porta in dono il feudo al conte Silvestro Tomacello Ferrante di Alarçon, marchese di Rende. Nel 1613 il feudo di Orsomarso, insieme con il feudo di Abatemarco, viene venduto dai Sanseverino a Gianpietro Greco. Nel 1640 fu degli Ametrano. Nel 1668 il feudo va in proprietà ad Andrea I Brancati di Napoli. Il Castello baronale, posto sotto l'orologio e le mura perimetrali, furono anche l'abitazione residenziale della famiglia Brancati. Il feudo dei Brancati venne dato in fitto al duca di Giovene e da questo a don Nicola Cavalcanti, marchese di Verbicaro. Con la fine del feudalesimo, Orsomarso prese parte attiva alle battaglie e lotte risorgimentali, dopo aver subito atroci rappresaglie da parte del comandante borbonico Necco. Nella cartografia e nella toponomastica Orsomarso compare come Abystrum, Ursentum, Ursa e Orso, Urso Morso, Ursomarso, Orsomarso. Abystrum è la prima denominazione data nelle sue carte da Tolomeo nel II sec. d.C. Urso Marso, di Ursomarso di evidente vicinanza all'attuale denominazione di Orsomarso, è l'indicazione che ci deriva dalla rivelazione del luogo di conventi o di un importante centro religioso e di una chiara e definitiva identificazione del feudo di Orsomarso. 95 Fonte ISTAT '91.

Patrimonio architettonico (religioso, civile e rurale) e artistico:
• Chiesetta di S. Maria di Mercuri, XI sec. circa, costruita dai monaci bizantini, sui resti di un tempietto pagano.
• Convento Francescano edificato su resti di Cenobio Basiliano del X sec. circa, fondato nel 1610, venne chiuso dopo il terremoto del 1783.
• Chiesa di S. Leonardo e resti di cenobio basiliano del X sec, già intitolata a S. Sofia.
• Chiesa del SS. Salvatore, XI sec. con rifacimenti del XVI sec.
• Chiesa di S. Giovanni Battista, XIV sec. edificata su resti di una cappella feudale, con rifacimenti del XVII sec.
• Cappella di S. Cosimo di origine bizantina.
• Ruderi del Castello di Mercurion X sec. si hanno notizie del fortilizio fin dagli inizi del secolo XIV.
• Mulino ad acqua, nei pressi della chiesetta di S. Leonardo.
• Colonnato di Cenobio Basiliano in località "Giardino".
• Grotta di S. Michele o dell'Angelo ed eremo di S. Nilo, località Timpone Simara.
• Frammento del portale lapideo scolpito, XII sec.
• Colonna mozza, quale basamento sacrificale, di epoca romanica.

Zona archeologica :
- Zona archeologica in località Grotta Palazzo e Grotta Frassaneto.
- Zona archeologica in località Grotta dell'Angelo, con resti di affreschi bizantini.

PIATTI TIPICI
I piatti tipici sono: i fusilli conditi con sugo di capra, i "rascatiddi", "laganiddi chi fasuli", "vecchiaredde chi pipi sicchi", "pipi arrusculati", "savuza aquasala di fasuli", "mazzacorde" (interiora del capretto), "mulingiane a sciusciddi", "frittuliata", minestra calata ca "nnujjia", "muddicata". Sono inoltre rinomate le sopressate, le salsicce il pane casereccio, il formaggio pecorino e il vino locale. Tra i dolci è obbligatorio ricordare: i chinoli, la "cicerata", le "grispedde" (tipici dolci natalizi). Sono inoltre rinomati i "pucciddati" (ciambelloni di Pasqua) e la "pizzatola" (bamboline di pasta intrecciata a forma di bambino fasciato con il viso rappresentato da un uovo sodo). Vanno ricordate le "crocette" preparate con fichi secchi ripieni di noci.

Parco Nazionale del Pollino
Con i suoi 192.565 ettari, il Parco Nazionale del Pollino è la più grande area protetta d’Italia tra la Calabria e la Basilicata, capace di offrire i paesaggi più svariati. Grandi aree wilderness dove il pino loricato - vero emblema del Parco- si abbarbica alle pareti di roccia mentre il vento ne modella la forma contorta, accanto ai paesaggi dolci delle valli, dei declivi lussureggianti di fiori a primavera, dei pianori estesi dove ancora si pratica la pastorizia antica.
A est e a ovest l’orizzonte incontra il mare, raggiungibile in breve tempo pur se da grandi altezze. Alla solitudine delle cime più alte, dominate dal volo maestoso dell’aquila reale, fa da contrappunto la realtà diffusa del paesaggio antropico: piccolissimi paesi dove ancora le donne anziane indossano il costume tradizionale, accanto a centri abitati più grandi, punti di riferimento per importanti iniziative culturali di richiamo. In questo territorio resistono tenacemente nuclei di cultura, lingua e tradizione arbëreshe (italo-albanese), accanto ai segni archeologici delle dominazioni che vi si sono succedute nel corso dei secoli.
Visitare il Parco Nazionale del Pollino diventa così un’esperienza che mette insieme più ragioni: trovare una natura insolita e per molti aspetti ancora selvaggia, confrontarsi con la cultura, gli usi, il folklore delle genti meridionali, conoscere un’area protetta tesa a valorizzare le proprie risorse e capace di offrire al visitatore innumerevoli possibilità per godere di una vacanza all’insegna della bellezza paesaggistica, del gusto della scoperta, del piacere del tempo ritrovato.
La programmazione ambientale del Parco è indirizzata prioritariamente alla salvaguardia delle risorse naturalistiche che sono numerose, preziose e talvolta rare: il capriolo autoctono di Orsomarso, il lupo appenninico, l’aquila reale, il pino loricato. Lo sviluppo basato sulla conservazione mette in atto specifiche azioni per proteggere la diversità dei sistemi naturali, la loro ecologia e biologia, le loro funzioni e per assicurare l’uso sostenibile delle risorse rinnovabili, garantendo una capacità di carico ambientale in equilibrio con le possibilità e i limiti della Natura.
In quest’ottica, sono previste, accanto agli interventi di tutela, iniziative volte a promuovere la crescita economica delle popolazioni residenti, con incentivi e sostegno ad attività compatibili con l’ambiente. Nella stessa direzione vanno la realizzazione del Marchio per il Parco, l’agricoltura biologica, almeno un intervento in ogni comune per realizzare case parco, centri visita, eco-ostelli, totem informativi. Soprattutto ai giovani sono indirizzate sollecitazioni e proposte perché individuino nell’area del Parco le possibilità per investire in piccola e media impresa, per attivare società di servizi, per cimentarsi nelle tante nuove professioni che possono nascere con la presenza del Parco Nazionale.
L’area del Pollino custodisce una pluralità di piante e di fiori, alcune specie endemiche, altre rare, dell’Appennino meridionale: peonia pellegrina (Paeonia peregrina, Banxhurna nella lingua arbëreshe) e peonia mascula (Paeonia mascula), pulsatillaalpina (Pulsatilla alpina), genziana primaticcia (Gentiana verna) e genzianella del Pollino (Gentianella crispata), sassifraga marginata (Saxifraga marginata), caglio delle Alpi Apuane (Galium palaeoitalicum), ranuncolo del Pollino (Ranunculus pollinensis), campanula del Pollino (Campanula pollinensis), millefoglio del Pollino (Achillea ruprestis).


Un giovane Pino Loricato
nella valle dell'Argentino

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